Recensione “Oggetti del desiderio”

10 buoni motivi per:

Premetto che quanto segue non è da considerarsi come verità assoluta incisa a lettere di fuoco sulle Tavole della Legge, ma soltanto il mio modesto punto di vista, che cercherò di circostanziare al meglio e di cui comunque, affermandone la paternità, mi assumo anche le eventuali responsabilità.

Come ogni regalo che si rispetti la prima cosa con cui ci si confronta è la carta, nel nostro caso la copertina.

La veste grafica è accattivante con il contrasto rosso/nero a rivelare un cespuglio nero abitato da uccelli astratti. Farebbe quasi pensare ad un paesaggio infernale o quanto meno igneo, salvo poi portare l’attenzione sul titolo del CD “Oggetti del desiderio” che rimanda ad un anelito dell’anima che, chissà, condurrà ad eterna dannazione l’ignaro ascoltatore.

Il CD si apre con “Compagnia Telefonica”, devo dire che da quando ho ascoltato questa traccia la mia vita in un certo senso è cambiata, nel senso che la granitica convinzione per cui “bisogna rispondere al telefono per il semplice motivo che sta suonando” (salvo poi ritrovarmi regolarmente di fronte all’ennesimo tentativo di abbindolamento da parte di qualcuno che cerca di vendermi qualcosa senza il quale ho vissuto perfettamente fino a quel momento, ma che cerca di presentarmi come “indispensabile” rendendomi un anonimo “bersaglio” del mercato e mandandomi su tutte le furie) è venuta meno lasciandomi in un limbo di dubbi commercial-esistenziali in cui riecheggia il refrain: “Rispondere o non rispondere”.

Musicalmente parlando sento riecheggiare parecchio Andrea Chimenti condito in atmosfera Rock melodico, con un discreto risultato.

AMLETICO


L’album prosegue con “Andy Warhola”: devo dire che questa traccia l’ho apprezzata al meglio ascoltandola “on the road”, rispetto all’ascolto “statico” ci guadagna molto di più.

Interessante la reinterpretazione di “Andy Warhol” come se fosse il nostro compagno di classe “Warhola” (nome originale ma che qui ha un sapore molto più “confidenziale”) che la sa più lunga di noi sugli aforismi ma la cui parrucca d’argento trattiene impigliate le parole dell’icona pop del novecento di cui si è trovato all’improvviso a rivestire i panni…il finale dello sparo però (per dovere di cronaca) non è la vera morte di Andy Warhol che si salvò per il rotto della cuffia all’attentato da parte di Valerie Solanas del 1968, per morire poi il nel 1987 in seguito ad un intervento alla colecisti.

Noiose banalità da topo di biblioteca a parte, il pezzo è quello dell’album che più apprezzo, confesso che anche mentre scrivo ora lo sto canticchiando…

PERSISTENTE

“La Banda” esclamò Joliet Jake Blues rapito dall’ispirazione del coro gospel del Reverendo Cleophus James…ma questa è un’altra storia.

La nostra invece è la terza traccia: Chimenti incontra Caparezza in un interessante excursus sui vari componenti bandistici, devo dire onestamente che in questo pezzo il detto “il meglio è nemico del bene”, ovvero il finale ideale per me di questo pezzo è a 2:56, prima della ripetizione del ritornello che ci porta al finale in maniera onestamente un po’ troppo ripetitiva:

ECCESSIVO

“Ma che gente c’è in giro” è una domanda che ci siamo posti tutti più o meno spesso. Il nostro autore la risolve brillantemente con un pezzo quasi intimistico in cui si interroga, aiutato dal ritmo che rallenta e che lo aiuta a ricollocare sé stesso rispetto al caotico mondo che lo circonda, sulla distanza tra noi e lo spazio circostante che tanto a volte ci opprime.

Notevole la maturità con cui si domanda se è il mondo sbagliato o egli stesso a non essere più in grado di interpretarlo nel giusto verso.

INTROSPETTIVO


“Da respirare”: qui ci sento riecheggiare i “Negroamaro” (confesso la mia misantropia, ma li detesto), onestamente un pezzo senza infamia né lode…fosse altro perché i cantanti innamorati sono una delle specie più noiose che il Padreterno ha messo in terra, anche se devo dire che il concetto di Amore come aerosol è interessante!

GASSOSO

“Ikebana”, l’arte giapponese di utilizzare fiori recisi per ricreare emozioni.

Io non so perché, ma questo pezzo mi ricorda il Capitano Stubing , il Dottor Bricker ed il barman Isaac Washington: tre dei protagonisti di Love Boat…sarà per quest’aria molto “seventies” con il tempo sincopato sul ritornello in cui il wah wah riempie i vuoti della mia memoria

Tengo a precisare che la mia non è una critica, anzi, questo recuperare atmosfere della mia infanzia per me è stato quasi commovente.

NOSTALGICO


“Sotto la croce”: il tema non ha particolare originalità, salvo il fatto che da sotto la croce ci ricordano sempre che c’è un buon motivo per tenerci alla larga dallo zelo religioso che soffoca d’amore i nostri sogni.

Fabrizio Tavernelli reagisce a quest’eccesso di cristiano zelo col pezzo che apre la trilogia che mi piace chiamare “di protesta” (questo pezzo si rivolge contro i sacerdoti del Tempio, il successivo contro i Mercanti ed il terzo contro i burattinai che reggono le file di questa scenetta…ma mi ci masturberò la psiche a suo tempo!), un pezzo con un bel “tiro”, una grinta che fino ad ora aveva dato solo pochi sprazzi di sé e che qui affiora con tutta la sua forza.

Che durante il battesimo un po’ d’acqua santa gli sia andata di traverso?

DISSACRANTE

“Aspettando il vip”: la noia di un’infinita attesa così scarsamente ripagata dalla fugace apparizione di un‘icona cui non abbiamo nulla da invidiare, il supplizio che ci viene rifilato in questo sacro rito collettivo che ci schiaccia tutti in adorazione mentre passa il “vip”, fiancheggiato dal Mercante che l’innalza agli altari della pubblica venerazione.

L’atmosfera è angosciante come l’attesa, voce e musica ne danno la percezione palpabile…

…ed il vip non passa ancora…la sezione ritmica ricalca il ritmo delle gocce di sudore che cadono a terra dopo aver imperlato la fronte dell’adorante “a-spettatore”, la voce restituisce lo strenuo sforzo di non crollare prima che passi il vip….e poi: smack!

ESTENUANTE

“Benvenuti tra i rifiuti”: il mondo si è ribaltato ed il Palazzo è crollato nella discarica, i gatti sono morti ed i topi festeggiano.

Il conto da pagare è alto, millenni di soprusi che trovano finalmente la giusta vendetta che oramai è divenuta talmente fredda da bruciare, ed il cassiere Tavernelli non fa sconti, sui malcapitati ribalta tutto il suo odio.

Il ritmo incalza con una lucida violenza che non regala spazi di perdono ai burattinai che sino ad ora hanno goduto ma che adesso vestono i luridi panni di bersagli…e ben gli sta!.

VENDICATIVO


“Oggetti del desiderio”: il parlato introduttivo denuncia le origini reggiane di Tavernelli con la sua bella pronuncia arrotondata che sa tanto di nebbia e campi da arare. La voce ci racconta del graduale abbandono del nostro autore ai suoi egoismi per dedicare la sua attenzione al benessere dell’oggetto del suo desiderio, oltre gli affanni della quotidianità con un’abnegazione pressoché totale.

BENAUGURANTE

La sensazione, al termine dell’ascolto del CD è di aver compiuto un viaggio al fianco dell’anima dell’autore, che ci prende per mano mentre ci illustra i suoi sogni ed i suoi rancori.

Il suono è rotondo e non lascia spazi incompiuti, la voce ha un timbro molto intrigante, notevole il lavoro di registrazione e mixaggio.

Tirelli al basso e Lusvardi alla batteria tengono le fila di un discorso ritmico di prim’ordine in maniera egregia. Tavernelli e Santarello alla chitarra, de Nito alle tastiere tessono una trama melodica con punte veramente interessanti.

Insomma i motivi per regalarsi l’ascolto di questo CD sono diversi, quelli per non farlo molti ma molti di meno.

sabato 27 novembre-LO SCAFANDRO showcase – live di Fabrizio Tavernelli e Atomikakato-i vizi del Pellicano

Presentazione de “Lo Scafandro” nuova etichetta indipendente reggiana. La nuova creazione di Roberto”Fiorello”Fontanesi, Giancarlo”Namo”Marchi e Fabrizio “Taver” Tavernelli. “più che una nuova etichetta discografica, è una costruzione astratta, una casa instabile e semovente, una opera d’arte collettiva, in divenire, bislacca”.  Durante la serata doppio live di Atomika Kakato e Fabrizio Tavernelli, performances, visioni e marketing gravitazionale. Ingresso gratuito con tessera arci i vizi del Pellicano via Ronchi Fosdondo 11 Correggio- dalle ore 22.00 – 28 novembre alle ore 3.30

recensione su Corriere di Bologna “Oggetti del Desiderio”

il disco

Da Andy Warhol alla natura,

l’esordio «autentico» di Tavernelli

Nei prossimi giorni esce il primo album a suo nome, «Oggetti del desiderio»

Fabrizio Tavernelli
Fabrizio Tavernelli è stato il cantante degli En Manque D’Autre, gruppo indipendente che negli anni ’80 ha lasciato ai posteri diversi dischi. Fabrizio Tavernelli è stato il cantante degli AFA, gruppo che negli anni ’90 ha lasciato ai posteri diversi dischi e incideva per il Consorzio Produttori Indipendenti. Fabrizio Tavernelli, negli anni Duemila, ha dato vita a molteplici progetti musicali: Groove Safari, Duozero, Roots Connection, Babel, Ajello, ciascuno dei quali ha lasciato ai posteri diversi dischi. Fabrizio Tavernelli è il fratello di Little Taver, ma questo non ci deve interessare in codesto contesto. Fabrizio Tavernelli pubblica ora – l’uscita è prevista per i prossimi giorni – il suo primo album a suo nome, intitolato Oggetti del desiderio.

Un piccolo evento nel panorama musicale italiano, nel quale escono decine di cd ogni giorno, che nella maggior parte dei casi potevano rimanere nei cassetti. Un piccolo evento che non deve passare inosservato per due semplici motivi. Il primo è legato alla storia di Tavernelli, troppo importante per la musica italiana per essere relegata in un angolo, il secondo perché Oggetti del desiderio è uno spaccato crudele del nostro quotidiano, una finestra aperta su un mondo votato al collasso. Tavernelli è approdato a un disco di pop rock d’Autore, quello con la “A” maiuscola, perché fa tanto figo. Tavernelli ha peregrinato tra indie, crossover, dance, elettronica, sperimentazione e new wave, prima di approdare al pop rock, genere musicale tra i più difficili da scrivere, perché dietro l’angolo si può cadere in un testo banale, o in una melodia per nulla melodica. Tavernelli invece esce a testa alta da questa prova, segno evidente che gli anni trascorsi a fare altro, l’hanno corazzato. Se poi riuscirà a far canticchiare testi che dicono: «Non c’è nessuna compagnia telefonica che mi chiami o mi chieda se sto bene, se sono solo o se ho soltanto bisogno di parlare» (Compagnia telefonica), oppure «Quali sono gli altri umani con cui vivo, non riesco a capire se sono io, il prepotente al volante, la bugia che diventa poesia, sembra normale che non ci sia differenza tra orgoglio e vergogna» (Ma che gente c’è in giro), o «Cerco qualcosa in cui potermi rispecchiare, non m’importa se la mia vita è vera, oppure no, ho raggiunto il mio sogno, sono quello che sta ore sotto il sole ad aspettare il vip» (Aspettando il vip), sì, se riuscirà a entrare nella testa della gente con queste liriche, il suo personale goal l’avrà segnato.

Un disco di pop rock con testi da piegarti le gambe, perché con il sorriso sulle labbra e una musica solare, Tavernelli omaggia Andy Warhol e i suoi quindici minuti di popolarità (Andrew Warhola), racconta la morte (La banda), si mette ad ascoltare il respiro dei figli in un’ode alla vita (Da respirare), parla di natura (Ikebana) o di oscurantismo religioso (Sotto la croce). Se poi decide anche di fare suo un pezzo del 1978 di Faust’O, intitolato Benvenuti tra i rifiuti e si rimane stupiti di quanto sia attuale, la cosa si fa decisamente interessante e malvagia. Grande Taver, la tua opera prima è da antologia. Pop rock con testi da lacrime agli occhi. «Ricchi, poveri, politicanti, siete figli della m…. Benvenuti tra i rifiuti, qui non c’è la polizia, benvenuti tra i rifiuti, qui la legge siamo noi».

Andrea Tinti

13 novembre 2010

Atomika Kakato in arrivo!!

ATOMIKA KAKATO

“Old Wave Prophets”

Etichetta;  Lo Scafandro

Distribuzione; Wondermark

data di uscita; 14 gennaio

Profeti della old wave. Sin dal primo ascolto si capisce da dove arrivano e cosa vogliono riproporre Atomiko Kakato. Una formula musicale che rimanda a un immaginario intriso nel sound anni 80. Gli anni 80 della new wave inglese. La voce, un po’ spezzata come piaceva alle band wave d’oltre manica, è un indelebile punto di contatto con il decennio che già moltissime nuove leve della terra d’Albione saccheggiano in questo periodo. Gli arpeggi e le linee di basso sono la naturale prosecuzione di gruppi come Cure, Joy Division. Ma in particolare quell’andamento spigoloso di molti brani del disco di Atomico Kakato rimanda a band come XTC.

D’altra parte non poteva che suonare così il disco di questa band e del secondo disco della neonata etichetta Lo Scafandro.

Già, perché dietro Lo scafandro agiscono personaggi come Fabrizio Tavernelli e Roberto Fiorello Fontanesi. Gente che ha dato vita a un gruppo come A.F.A., che ha lavorato in label storiche come I dischi del mulo, che ha collaborato con artisti come Massimo Zamboni e Giovanni Ferretti (ex CCCP).

Oggi, a trent’anni di distanza dal periodo d’oro cui si rifanno, con un approccio disincantato e scanzonato ci regalano una manciata di brani ben costruiti e un’esilarante versione wave di “Hello I Love You” dei Doors che ha il sapore di un’altra cover storica degli anni 80 (“Satisfation” rielaborata dai Devo).

Nasce Lo Scafandro

Nasce una nuova etichetta discografica indipendente

LO SCAFANDRO

Voluta da alcuni membri degli AFA

gruppo che negli anni ’90 ha proposto una originale miscela di suoni e teorie

si inizia a novembre con un album solista di FABRIZIO TAVERNELLI

il mese successivo disco di ATOMIKAKATO

Lo scafandro è uno speciale indumento impermeabile, generalmente metallico, dotato di vari dispositivi, che consente di operare in ambienti altrimenti irresistibili. Sott’acqua, nell’alta atmosfera, nello spazio. Grazie allo scafandro possiamo esplorare e scoprire nuovi mondi, nuove realtà, nuovi suoni. Dentro a uno scafandro possiamo sopravvivere in situazioni ostili: dove non c’è ossigeno, dove la temperatura è troppo elevata, dove non c’è gravità. Metaforicamente possiamo dunque resistere alla deriva culturale del nostro piccolo mondo, alla mancanza di spazi, alla invasione della musica formattata. Possiamo scendere negli abissi o sottoterra per osservare da vicino cosa si muove sotto, per fare emergere quello che pare sommerso, che apparentemente non esiste.

Lo scafandro è protettivo : lo usano i palombari (per sondare i fondali marini..dell’arte), gli aviatori (per superare la barriera del suono…obsoleto), gli astronauti per passeggiate senza la gravità (degli A&R), i pompieri per proteggersi dalle fiamme, gli artificieri per disinnescare ordigni, scienziati per studiare la radioattività, vulcanologi.

Con lo scafandro lasciamo il conosciuto, l’obsoleto (la musica dei network, l’agonia delle major, i baronati e le casate dei musici) e ci lanciamo in una avventura rischiosa ma affascinante.

Viaggi surreali in luoghi dove la realtà è ribaltata, abitata di assurdo. Imprese improbabili, odissee interiori, epiche donchisciottesche. Come i romanzi utopici di Samuel Butler, Swift,Abbott, Jules Verne. La stessa utopia dell’intraprendere una avventura nella discografia italiana. Una impresa folle, irrazionale, irragionevole in un momento in cui chiudono bottega etichette, distributori, negozi di dischi. Oppure un gioco, un rilanciare sbeffeggiante, un contratto siglato con l’ironia. O ancora una liberazione, una breccia nella diga che in questi ultimi anni ha sempre più contenuto l’espressione artistica, l’azzardo poetico, lo sgorgare della musica aldilà dei bilancini commerciali, degli airplay e dei presunti target d’ascolto.

Lo Scafandro è dunque più che una nuova etichetta discografica, è una costruzione astratta, una casa instabile e semovente, una opera d’arte collettiva, in divenire, bislacca . Una Sagrada Familia di suoni con tanti architetti, carpentieri, geometri, muratori, tutti con il metro al contrario, tutti in bilico su fondamenta instabili, tutti inconsapevoli delle pareti portanti. Eppure con la voglia di costruire qualcosa a costo di usare il fango, lo sterco, la paglia per erigere templi del suono non ortodossi.

Lo ScAFAndro è anche un artificio esoterico, una parola che ne contiene un’altra al suo interno: AFA , gruppo che negli anni ’90 haproposto una originale miscela di suoni e teorie. Esperienza musicale da cui provengono  gli animatori di questa nuova ventura turistico-discografica.